L’essere e il non essere spiegato agli amici di Wired

La copertina del numero di Settembre di Wired Italia

Lo scorso sabato notte, stremato da un matrimonio calabrese (di quelle che durano – davvero! – almeno una decina di ore), prendevo al volo un pullman e mi spostavo dalla ridente Lamezia a Roma. Sei ore e spicci di viaggio, abbastanza duro da sopportare se fatichi a prendere sonno su quei sedili scomodi che ti costringono a pose innaturali. “Poco male”, mi sono detto, “passerò il tempo controllando con l’iPhone le discussioni in Rete”. E per un po’ il sogno era durato davvero, nelle prime fasi del viaggio che ancora si snodavano fra paesoni e città. Poi il calvario, fra connessioni perse e mancanza di copertura, tempi di caricamento delle pagine web infiniti e conversazioni interrotte a metà. Questa mattina, di buona lena, la seconda parte del viaggio: da Roma a Milano, questa volta in Eurostar Alta Velocità (il fiore all’occhiello di Trenitalia). Stessa passione.

Sempre lo scorso sabato, ma qualche ora prima di questa epifania, su Friendfeed si sviluppava un’interessante discussione sulla versione italia di Wired, fra sostenitori e detrattori (fra questi, anche io) del so much hyped di Condé Nast. E Marco (qui il suo blog), fra le righe o magari inconsciamente, poneva la domanda fondamentale: cosa vuol dire parlare di innovazione in Italia?

A questa domanda Wired sembra aver risposto – scelta abbastanza deludente, per quanto mi riguarda – nella maniera più scontata possibile: parlare di innovazione in Italia vuol dire raccontare l’innovazione statunitense. Una scelta logica, da un certo punto di vista: gli USA, questa terra del bengodi, pullula di idee e novità, in special modo tecnologiche e tecnico-scientifiche.

Ma per gli italiani che utilità ha parlare di come sopravvivere a New York con solo un iPhone quando buona parte delle caratteristiche descritte non è sfruttabile in Italia, o di quanto sia interessante svegliarsi e far colazione con accanto un Kindle della Amazon quando questo prodotto non è ancora in vendita nel nostro Paese e forse mai lo sarà (considerando che la dirigenza del sito non ha alcuna intenzione di aprirne un corrispettivo italiano a causa della scarsa qualità delle nostre Poste)?

Nessuna, direi, se non quella di scimmiottare una predisposizione all’innovazione che dovremmo sforzarci di raggiungere, e non semplicemente limitarci a sognare. Ecco: per quanto mi riguarda, parlare di innovazione in Italia significa raccontare anche quella innovazione che non è. Vuol dire raccontare quell’Italia in cui il Wi-Max non parte e i Wi-Fi cittadini sono barzellette mal congegnate. In cui le maggior direttrici stradali e ferroviarie non vengono coperte dalle reti cellulari, rendendo impossibili le comunicazioni e la produttività in mobilità. Quell’Italia in cui l’iPhone è sì un oggetto status-symbol acquistato per moda (come anche negli Stati Uniti, d’altronde), ma è anche un oggetto che molti fra i suoi acquirenti non sanno usare. Un paese in cui tutti i ragazzi sanno usare Facebook e MSN, ma non sanno fare una ricerca su Google. In cui non si è in grado di acquistare un personal computer senza rivolgersi all’amico nerd.

Un Paese informatizzato solo superficialmente. Una informatizzazione di facciata.

Raccontando questa “non innovazione”, si può veramente raccontare ciò che innovativo dovrebbe essere in Italia. Essere e non essere, una cosa e il suo contrario: solo conoscendo una si può conoscere l’altra.

Nel non riuscire a descrivere la realtà, questa realtà, Wired fallisce nel suo obiettivo dichiarato. Fa come quei pazzi che, incapaci di affrontare la realtà del mondo, se ne costruiscono un’altra – illusoria – nella propria testa. Ma quanto in là può portare una scelta del genere? Quanto è lungimirante?

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