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	<title>ClaudioMastroianni.net &#187; sull&#8217;editoria</title>
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	<description>Uno che preferisce l&#039;understatement</description>
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		<title>L&#8217;essere e il non essere spiegato agli amici di Wired</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 07:04:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Mastroianni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[sull'editoria]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-53" title="La copertina del numero di Settembre di Wired Italia" src="http://www.claudiomastroianni.net/wp-content/uploads/2009/09/cover-large_3.jpg" alt="La copertina del numero di Settembre di Wired Italia" width="600" /></p>
<p>Lo scorso sabato notte, stremato da un matrimonio calabrese (di quelle che durano &#8211; davvero! &#8211; almeno una decina di ore), prendevo al volo un pullman e mi spostavo dalla ridente Lamezia a Roma. Sei ore e spicci di viaggio, abbastanza duro da sopportare se fatichi a prendere sonno su quei sedili scomodi che ti costringono a pose innaturali.<em> &#8220;Poco male&#8221;</em>, mi sono detto, <em>&#8220;passerò il tempo controllando con l&#8217;iPhone le discussioni in Rete&#8221;</em>. E per un po&#8217; il sogno era durato davvero, nelle prime fasi del viaggio che ancora si snodavano fra paesoni e città. Poi il calvario, fra connessioni perse e mancanza di copertura, tempi di caricamento delle pagine web infiniti e conversazioni interrotte a metà. Questa mattina, di buona lena, la seconda parte del viaggio: da Roma a Milano, questa volta in Eurostar Alta Velocità (il fiore all&#8217;occhiello di <a title="Trenitalia" href="http://www.trenitalia.com">Trenitalia</a>). Stessa <a title="Passione di Cristo - Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Passione_di_Ges%C3%B9">passione</a>.</p>
<p>Sempre lo scorso sabato, ma qualche ora prima di questa epifania, su Friendfeed si sviluppava <a href="http://ff.im/7ZdEg">un&#8217;interessante discussione</a> sulla <a href="http://www.wired.it/">versione italia di Wired</a>, fra sostenitori e detrattori (fra questi, anche io) del <em>so much hyped</em> di <a href="http://www.condenast.it/">Condé Nast</a>. E <a title="Il Friendfeed di Marco Mazzei" href="http://www.friendfeed.com/marmaz">Marco</a> (qui il suo <a href="http://www.mazzei.milano.it">blog</a>), fra le righe o magari inconsciamente, poneva la domanda fondamentale: <strong><em>cosa vuol dire parlare di innovazione in Italia?</em></strong></p>
<p>A questa domanda Wired sembra aver risposto &#8211; scelta abbastanza deludente, per quanto mi riguarda &#8211; nella maniera più scontata possibile: <em>parlare di innovazione in Italia vuol dire raccontare l&#8217;innovazione statunitense</em>. Una scelta logica, da un certo punto di vista: gli USA, questa terra del bengodi, pullula di idee e novità, in special modo tecnologiche e tecnico-scientifiche.</p>
<p>Ma per gli italiani che utilità ha parlare di come sopravvivere a New York con solo un iPhone quando buona parte delle caratteristiche descritte non è sfruttabile in Italia, o di quanto sia interessante svegliarsi e far colazione con accanto un Kindle della Amazon quando questo prodotto non è ancora in vendita nel nostro Paese e forse mai lo sarà (considerando che la dirigenza del sito non ha alcuna intenzione di aprirne un corrispettivo italiano a causa della scarsa qualità delle nostre Poste)?</p>
<p>Nessuna, direi, se non quella di scimmiottare una predisposizione all&#8217;innovazione che dovremmo sforzarci di raggiungere, e non semplicemente limitarci a sognare. Ecco: per quanto mi riguarda, <strong>parlare di innovazione in Italia significa raccontare anche quella innovazione che non è</strong>. Vuol dire raccontare quell&#8217;Italia in cui il Wi-Max non parte e i Wi-Fi cittadini sono barzellette mal congegnate. In cui le maggior direttrici stradali e ferroviarie non vengono coperte dalle reti cellulari, rendendo impossibili le comunicazioni e la produttività in mobilità. Quell&#8217;Italia in cui l&#8217;iPhone è sì un oggetto status-symbol acquistato per moda (come anche negli Stati Uniti, d&#8217;altronde), ma è anche <em>un oggetto che molti fra i suoi acquirenti non sanno usare</em>. Un paese in cui tutti i ragazzi sanno usare Facebook e MSN, ma non sanno fare una ricerca su Google. In cui non si è in grado di acquistare un personal computer senza rivolgersi all&#8217;amico nerd.</p>
<p><strong>Un Paese informatizzato solo superficialmente. Una informatizzazione di facciata.</strong></p>
<p>Raccontando questa &#8220;non innovazione&#8221;, si può veramente raccontare ciò che innovativo dovrebbe essere in Italia. Essere e non essere, una cosa e il suo contrario: solo conoscendo una si può conoscere l&#8217;altra.</p>
<p>Nel non riuscire a descrivere la realtà, questa realtà, Wired fallisce nel suo obiettivo dichiarato. Fa come quei pazzi che, incapaci di affrontare la realtà del mondo, se ne costruiscono un&#8217;altra &#8211; illusoria &#8211; nella propria testa. Ma quanto in là può portare una scelta del genere? Quanto è lungimirante?</p>
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